
Ciao,
è la prima volta che mi rivolgo a te e come puoi ben vedere vicino al ciao non ho messo niente per definirti o chiamarti. E’ normale per tutti dire quel nome ma per me, invece, è normale non dirlo. Sembra brutto ma sai benissimo che è così e non c’è niente di cattivo o perfido in questo. E’ solo che non ho vissuto con te e quindi per me è normale non nominarti. Non so perché ti sto scrivendo questa lettera virtuale, so benissimo che quello che scrivo tu già lo sai. Ma stamattina pensavo a te e mi sono accorto che non ti ho mai rivolto parola. So per certo che ci sei sempre, che sicuramente mi osservi da ovunque tu sia, che probabilmente piangerai e riderai delle mie azioni. Credo anche che molte volte hai desiderato di materializzarti di nuovo per potermi prendere a calci. Ma penso anche che la stessa materializzazione l’hai desiderata per abbracciarmi.
Qui è un casino e vivere non è per niente facile, anzi più vai avanti e più devi trovare soluzioni per rimanere a galla. Ma tu questo già lo sai. Credo che tu sappia benissimo chi sono e credo che sei uno dei pochi che ha questo privilegio. Agli altri mi sono scoperto piano piano con un certo pudore e timidezza mista ad una sorta di stupida paura. Con te sono sicuro che è stato più facile e sono uscito allo scoperto in tutto il mio essere, difetti e pregi, senza timore e paura. Non so cosa pensi delle mie scelte, delle mie debolezze e dei miei sentimenti. Io ti immagino seduto su un muretto che mi osservi e che sorridi di gusto di questo figlio goffo e sempre pieno di ansie che però cerca con i suoi modi alternativi di andare avanti e di essere corretto. Avrai sicuramente seguito la mia crescita dai due anni in poi per poter essere partecipe a tuo modo alla mia vita. Non so quante volte, nel poco tempo che ci hanno concesso, mi hai accarezzato o coccolato ma sono certo che lo stai continuando a fare. Non so quante volte mi avrai rimproverato ma anche in questo caso sono certo che lo fai e a malincuore credo anche spesso. Non so spiegare perché sento che ci sei. Non ti conosco e non mi ricordo di te. L’unica cosa che io ho in mente è questa enorme ombra su di me. Positiva e protettiva, senza volto e senza voce. Ti conosco questo lo sai. Ti conosco attraverso le foto che ho qui a casa. Ti conosco attraverso i racconti che ogni tanto mi fermo ad ascoltare. Si, ho scritto mi fermo ad ascoltare. A volte non voglio sapere niente, poi d’improvviso mi viene una gran voglia di sentire chi eri e cosa facevi. Non lo chiedo mai di raccontarmi di te e sinceramente non so perché. Tu lo sai? Credo di si. Mi limito ad assimilare quello che mi viene detto e devo dire che va bene anche così. Mi dicono che ci assomigliamo caratterialmente; è per questo che sono convinto che mi capisci. Sai che mi chiedo a volte a come sarebbe stata la mia vita anche con te vicino? Mi immagino litigate furiose essendo simili. Ma immagino anche sguardi di intesa fulminei per lo stesso motivo. Certo che mi hai lasciato in un momento proprio particolare. Sono cresciuto bene non credi? Certo con tanti casini da risolvere, però penso che tu possa essere anche fiero per alcune cose. Io credo che un po’ di merito è anche il tuo. Certo il lavoro duro è stato fatto qui giù, ma credo che tu hai seguito ogni singolo passo mio e sono sicuro che in alcuni momenti hai evitato che io cadessi e mi facessi male rovinosamente nelle falle della vita. Credo di sentirti e ho sempre avuto questa percezione. Io non sono un credente incallito, anche questo penso tu lo sappia, ma per quel che riguarda il nostro rapporto credo di esserlo. Io e te non ci parliamo mai. O almeno io non ti chiedo mai niente, ma le volte che mi vieni in mente ho la precisa sensazione che mi stai ascoltando. Anche in questo momento. E io ti parlo. A volte mi do delle risposte ai miei dubbi e sono convinto che le risposte me le invii tu in qualche modo strano. Sai che a volte vorrei proprio che ti dessero la possibilità di scendere per qualche ora qui da noi, sai come in quegli stupidi film, proprio per poterti vedere in viso. Non mi interessa sapere quello che mi diresti. Vorrei averti di fronte a me e guardarti. E capire dai tuoi occhi se quello che ho fatto è stato bello o brutto, divertente o triste o semplicemente se sei incazzato di qualcosa. Non ci sarebbe bisogno di dire niente. Io starei fermo lì a godermi la tua persona proprio perché non l’ho potuto fare e tu avresti la possibilità di avere di fronte quel bambino di due anni, ormai cresciuto, e godere di lui come un genitore dovrebbe fare. Potrei dare un volto concreto a quell’ombra che mi protegge e alla fine sono sicuro che un sorriso spontaneo nascerebbe sui nostri visi. Un sorriso complice e sincero. Un sorriso che confermerebbe il nostro speciale rapporto a distanza.



